Umanità

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Devo confessarti che non è facile trovare le parole in questi giorni così pesanti, intensi che stiamo vivendo. Questa guerra ci è entrata dentro al cuore, riempiendoci di una tristezza ed una desolazione di cui avremmo volentieri fatto a meno. Soprattutto perché ci è rovinosamente cascata addosso dopo due anni che già ci hanno messo a dura prova. 

Di fronte a tutto ciò mi è venuto di chiedermi: “chi, che cosa ci dà il coraggio di resistere quando tutto sembra appeso ad un filo, quando il futuro dell’umanità sembra messo in pericolo da una guerra che rischia di trascinare in questa follia distruttrice il mondo intero?”. A cosa ci aggrappiamo? Forse è proprio in momenti come questi che possiamo, dobbiamo riempire il vuoto che lascia dentro di noi la guerra ed attaccarci con tutto di noi proprio alle parole, quelle più illuminanti, in modo da ritrovare un po’ di senso in tutta questa illogica e disumana follia di cui siamo spettatori partecipi. 

Andrea Polidoro
Andrea Polidoro

La brutalità della guerra ci ammutolisce, ci fa sentire smarriti dentro a questa terribile tragedia, ma le parole, quelle buone, possono essere lo scudo per difenderci dalla barbarie e resistere. Operazione dolorosa ma necessaria.

Molti di noi sono tentati di non farsi toccare da quanto sta accadendo. Cercano di non farsi coinvolgere, e ciò non per cattiveria o insensibilità. Semplicemente, non si sentono capaci o meglio, disposti, ad affrontare quell’ondata di emozioni che travolgerebbe il loro cuore. La misura è  colma.

Tanti altri invece, stanno assimilando tutto ciò che sta arrivando dall’Ucraina, senza filtri né barriere, e vengono invasi da angosce e paure che stanno togliendo loro il sonno. Come non capirli? Come non sentire sulla nostra pelle ciò che stanno vivendo milioni di donne, uomini e soprattutto bambini, qui, a un giorno e mezzo di viaggio da casa nostra?

E allora mi dico, “e se provassimo a non lasciare che sia la guerra, la violenza ad avere il sopravvento, distruggendo ogni cosa di questa dolorosa situazione? Se facessimo in modo che “guerra”, non fosse la parola che silenzia le altre possibili? C’è qualcosa che rimane, resiste, sopravvive anche quando tutto sembra venir disintegrato, demolito?”.

La domanda bruciante che mi è girata dentro in questi giorni è stata questa: “quale parola è importante estrarre dalle macerie che si sta lasciando dietro questa terribile guerra? Cosa è necessario preservare, proteggere da questa spietata violenza?”. Nel  deserto dell’anima e nel suo silenzio ho sentito sussurrare la parola “umanità”. “Parla dell’umanità, Andrea”. MI sono girato per vedere chi mi avesse dato questo consiglio così gravoso, ma eravamo solo io e le stelle. “Sì, è una parola bella umanità. Importante. Una di quelle parole di cui abbiamo disperatamente bisogno in questo momento”, ho detto senza parlare. “Voglio provarci!”, anche se ciò implica fare un viaggio nella notte che ci avvolge.

La guerra sembra spazzare via ogni cosa. Ha il potere devastante di mandare in frantumi anche l’umanità. Disgrega, imbruttisce, annienta. Rafforza ostilità dormienti, risveglia istinti primordiali, e trascina dentro derive dove sembra perdersi ogni punto fermo. Dove l’uomo si dimentica di essere umano e lo catapulta nell’inferno della battaglia contro il nemico. Assistiamo impotenti al disastro che sta sconvolgendo la vita di milioni di persone ed avvertiamo la dolorosa sensazione che questa ennesima guerra stia mostrando il peggio di cui noi esseri umani siamo capaci. Sta accadendo ora in Ucraina. Sta succedendo da tempo in altre parti del mondo. E quante altre innumerevoli volte nel corso dei secoli, la storia dell’umanità è stata segnata da drammi indicibili. Si placherà mai questo istinto devastatore che sembra albergare nei cuori degli uomini? Finirà un giorno questo duello spossante tra i distruttori dell’umanità e coloro che tentano instancabilmente di costruire un mondo diverso? Fino a quando?

La violenza scatenata dalla guerra sconfina il limite sacro, invalicabile che si chiama “rispetto per la vita”, e non risparmia nessuno. Neanche i più piccoli, i più fragili, gli ammalati. Se il mondo fosse solo questo spettacolo insopportabile, beh, dovremmo chiudere bottega, buttare la chiave ed ammettere amaramente che abbiamo clamorosamente fallito. Dovremmo riconoscere che non abbiamo imparato niente dalla Storia. Che nonostante i fiumi di sangue scorsi nei secoli, non abbiamo ancora fatto la scelta decisiva capace di cambiare il corso delle vicende umane. Ogni guerra, genocidio, repressione, sembrano rappresentare un altro, ennesimo fallimento per i popoli.  Eppure, c’è un’appartenenza che dovrebbe rappresentare il nostro più grande baluardo alla violenza: quella all’umanità. Al di là dei confini, delle religioni, delle ideologie. Questo nostro essere parte della grande famiglia umana, dovrebbe rendere vano ogni tentativo di prevaricare e disconoscere l’umanità che batte nel cuore di ogni ipotetico “nemico”. 

Andrea Polidoro

Come dicevo nel mio precedente podcast sulla pace, il fragore della guerra e delle armi copre ogni cosa. Eppure in questi giorni stiamo assistendo ad una toccante dimostrazione che l’umanità sopravvive, si rialza, resiste anche se circondata dalla violenza più terribile. Le bombe ed i Kalashnikov non potranno mai uccidere l’umanità che c’è dentro ai cuori! Vogliamo aggrapparci a questa dolorosa speranza? Che ne dici se ripartiamo da lì, per non cedere al potere distruttivo della vita che porta con sé ogni guerra? Questo podcast è un tentativo umile, probabilmente vano, di raccontare altro oltre alle cronache devastanti della guerra. Raccontare l’umanità che emerge e ci fa tenere insieme pezzetti fragili di quella speranza di cui abbiamo disperatamente bisogno per guardare al presente e al domani che ci aspetta.

Il lavoro prezioso di tanti cronisti che sono ora in Ucraina per raccontarci quello che sta succedendo, e la forza dirompente dei social network, ci stanno mostrando un’immagine di umanità diametralmente opposta a quella che appare dall’orrore delle azioni militari. Donne e uomini che stanno resistendo alla guerra e difendendo il valore della vita, di ogni essere umano! Momenti, gesti, dove l’umanità di cui siamo capaci ha fatto saltare la narrazione del nemico da abbattere, per mostrare in tutta la sua fragilità una persona da soccorrere.

Immagino abbia visto anche tu il video di quel giovanissimo soldato russo, probabilmente catturato, che viene sfamato da alcuni civili ucraini. Quel ragazzo è a pezzi. Non gli era neanche stato detto che sarebbe partito a combattere una guerra contro i suoi fratelli e le sue sorelle ucraine. In quelle immagini appaiono alcune donne che si prendono cura di lui. Gli danno un tè caldo, qualcosa da mangiare. Lui, infreddolito, ha gli occhi gonfi di lacrime. Non riesce a parlare. Una donna ucraina, smossa da una toccante empatia, pensa poi di mettere in contatto il soldato con la sua mamma. Per rassicurarla. Il giovane scoppia a piangere, in tutta la sua vulnerabilità più estrema. Non riesce a dire una parola alla sua mamma. Piange come un bimbo terrorizzato, che ha visto cose che non avrebbe mai voluto vedere. “Ci prendiamo cura noi di tuo figlio, Natasha”, dice una delle donne ucraine alla mamma del soldato russo. “Non ti preoccupare”.  L’umanità che c’è nel nostro cuore è capace di fare cose straordinarie! In quel momento quel ragazzo non era più un nemico, ma un poveraccio da aiutare. Nonostante la divisa che portava addosso. Nonostante fosse arrivato lì per eseguire degli ordini volti a fare del male proprio a coloro che si stavano prendendo cura di lui.

Anche nella fragilità più estrema, l’umanità si è raccolta, abbracciata, dimostrando cura e delicatezza nei confronti di chi aveva il cuore a pezzi.  Verso i più piccoli. L’abbiamo visto nelle metropolitane di Kiev i primi giorni di guerra, dove migliaia di persone sono accorse, sì, per cercare rifugio, ma anche forse per unirsi, darsi forza insieme. Quella forza che passava dentro sguardi silenziosi che si scambiavano donne e uomini sprofondati in un incubo. Dentro timidi sorrisi e gesti di solidarietà. Tutti con un occhio di riguardo verso i più indifesi, coloro che non possono capire le irragionevoli cause della ferocia della guerra. Gesti, attenzioni, parole, per preservare i bambini dall’orrore che li circonda. L’abbiamo vista nei bunker dove tutti scappavano a ripararsi. Un’umanità unita da uno stesso destino, capace di prendersi cura gli uni degli altri.

Di questa umanità che non vacilla di fronte a niente ce n’è stata data testimonianza nelle immagini di chi metteva al riparo i piccoli malati del reparto di oncologia nei bassifondi dell’ospedale. La forza di quegli abbracci, di quella tenerezza che cercava di proteggere questi bimbi dalla paura. L’umanità che alza i cuori contro l’efferatezza bellica è presente sui treni stracarichi di rifugiati in fuga dal terrore, dall’indicibile.

Ce ne ha parlato con i suoi gesti anche il nostro ambasciatore italiano a Kiev, che ha fatto di tutto per salvare una ventina di bambini e diversi nostri connazionali, mettendo a rischio la propria vita con coraggio e dedizione. Avrebbe potuto andarsene via subito prima che cominciasse tutta questa orrenda storia. È stato invece uno degli ultimi diplomatici a lasciare la capitale per spostarsi più ad ovest, a Leopoli, verso il confine polacco. 

L’umanità che resiste la stiamo vedendo anche nei paesi confinanti con l’Ucraina, dove si è messa in moto una solidarietà toccante, per cercare di dare accoglienza a coloro che scappano dalla guerra, soprattutto donne e bambini indifesi. Ho visto mani stringersi, asciugare lacrime. Abbracci protettivi che tentano di infondere coraggio. Case aperte per dare un tetto a chi non ha più nulla. MI ha sconvolto una foto: mostra i passeggini vuoti disposti in fila sui binari della stazione, pronti per le mamme che arriveranno con i loro figli. Dimmi se a volte l’umanità non è struggente, non sa inventarsi gesti capaci di scaldare anche i cuori più terrificati! 

Vogliamo parlare poi dell’umanità di chi è partito, anche dall’Italia, per andare a dare una mano ai rifugiati, per andarli letteralmente a prendere e portarli in un luogo sicuro, accogliente. L’umanità di chi anche qui da noi sta facendo di tutto per dare ospitalità a queste vittime in esilio. Alberghi messi a disposizione, case private spalancate, associazioni che mettono a disposizione le loro strutture, e soprattutto braccia tese, cuori aperti, per dare riparo a chi ha visto la propria vita saltare in aria dall’oggi al domani.

Esiste un altro racconto oltre a quello della guerra. Quello silenzioso, che solo occhi benevoli sanno cogliere. Quello che sa tessere l’umanità. Che cerca di prendersi cura delle ferite dilanianti che lascia la violenza della guerra. L’umanità che batte nel più profondo di noi spesso non si piega all’apparente ineluttabilità della violenza. 

Andrea Polidoro
Andrea Polidoro

E questa è una cosa alquanto sconvolgente. Nelle peggiori tragedie, dentro le più grandi violenze, anche dentro i più terribili stermini, ci sono stati sussulti coraggiosi di donne ed uomini che hanno difeso l’umanità! Come se nei peggiori momenti, nelle più terribili vicende, sbocciasse nei cuori di molte persone l’istinto a non annientare anche la nostra natura umana. Anzi, a proteggerla, a custodire la vita, a salvare altri essere umani che in quei momenti riusciamo a vedere con altri occhi.

Ci sono tantissime storie di salvezza avvenute nell’orrore della Seconda Guerra Mondiale. Tantissime! L’ultima l’ho sentita ieri sera e ve la racconto. È la testimonianza di una donna ebrea che all’epoca dei fatti aveva 2 anni e mezzo. Sua madre, nella più totale disperazione per quanto stava accadendo ha fatto un gesto estremo. Ha preso sua figlia e l’ha messa nelle mani di un ufficiale delle SS dicendole “salvala, ti prego!”. Quest’uomo, dopo aver indugiato per un attimo, l’ha presa tra le sue mani. L’ha nascosta sotto il suo caldo cappotto, ed è riuscito a portarla in salvo presso la sua famiglia che viveva al confine con la Polonia, dove è stata poi cresciuta come una figlia. E questa donna salvata diceva: “chi può sapere di aver il coraggio di fare una cosa simile?”. È una storia incredibile, commuovente. No, la guerra non annienta tutto. Risveglia l’umanità dentro ai cuori! La guerra non è l’unica protagonista di queste tragiche vicende umane: a resistere c’è anche l’umanità che non si piega!

Dentro a tutte le peggiori vicende della storia, ci sono storie di umanità che sarebbe cosa preziosa, inestimabile, non perdere. Sono patrimonio dell’Umanità, appunto! 

Quanti racconti di umanità ci sono nella nostra grande Storia! Penso alle Madri (diventate poi Nonne) di Plaza de Mayo in Argentina, che da decenni cercano i loro nipoti strappati violentemente alle loro famiglie durante la dittatura. Penso a chi anche nei peggiori genocidi in Africa, ha scelto di non assecondare la violenza dilagante e difendere un fratello, una sorella. A chi ha detto no al razzismo più buio della storia degli USA, riconoscendo in un “negro”, un umano da difendere e per cui lottare! A chi non si rassegna anche nelle peggiori situazioni dove il valore di ogni persona, della vita viene annientato, e non perde il coraggio di dimostrarsi umano. E quante altre storie, di cui dovremmo fare tesoro per non perdere la Speranza! “Più si diventa indifferenti alla sofferenza delle persone, più aumenta il pericolo che il mondo si disgreghi. È fondamentale che insistiamo sulla nostra umanità”.

Mentre mettevo insieme le idee per questo nuovo podcast, mi sono imbattuto casualmente in un bellissimo film dal titolo “Human”. Dura più di 3 ore ed è di un’intensità pazzesca. Ci trovi un condensato di umanità che fa piangere come un bambino. È un viaggio incredibile fatto di volti (uno più meraviglioso dell’altro!) e di storie (una più toccante dell’altra!). Guardalo, se puoi. 

Ce n‘è stata una che mi ha colpito, forse perché così attuale pensando alla guerra che stiamo vivendo. È il racconto di un ex soldato americano. Narra di un episodio vissuto durante la guerra in Irak. Un giorno accerchiarono una casa per catturare un terrorista. Dopo aver sparato qualche colpo d’arma da fuoco a scopo intimidatorio, l’uomo uscì a braccia alzate, spaventato a morte, pisciatosi addosso per la paura. Descrivendo quella scena il veterano ha detto: “non ho più visto in lui un pericoloso attentatore. Ho visto solo un uomo terrorizzato. Ho visto un uomo. Il suo volto”.

Ho pensato, allora: “ecco dove risiede la sorgente della nostra umanità. Nel volto dell’altro! Abbiamo perso la dimensione del volto. Dello sguardo. Dentro agli occhi dell’altro ci siamo noi stessi. È dentro quel mondo che ritroviamo la nostra umanità. Se guardassimo veramente negli occhi l’altro, abbasseremmo le armi. Rinunceremmo a fare la guerra. Troveremmo quell’appartenenza che ci porterebbe solo ad abbracciarci. Sono gli occhi il segreto per un mondo più umano!”.

Mi è venuto in mente il pensiero cardine di un grande filosofo conosciuto negli anni di studio a Bruxelles: Emmanuel Levinas. Diceva che il volto è il luogo dove incontrare l’alterità, il diverso da noi. E in questo incontro, c’è la sorgente della nostra umanità e la possibilità che nasca “l’uomo nuovo”. IL confronto con il volto, costringe a ripensare i fondamenti della propria cultura, e ci fa passare dal principio di identità a quello di alterità. Dal primato dell’io a quello dell’altro. Cambia tutto! Cambia ogni prospettiva! Si fa largo così l’etica, la responsabilità, l’incontro, la fraternità, e lì, si rivela la più profonda umanità. 

Ecco a cosa ci possiamo aggrappare con tutte le nostre forze! Alla possibilità che abbiamo di tornare a guardare il volto dell’altro! Ecco dove si disarma la guerra: dentro la possibilità che si realizzi questo incontro!

Certo, gli strateghi militari che guidano gli eserciti continuano e continueranno purtroppo a perseguire logiche e scopi che rappresentano dei veri crimini contro l’umanità. Dovremo ahimè continuare a fare i conti con questa guerra in corso, e tante altre che non trovano spazio nel racconto mediatico, che non sembrano avere una fine rapida. Alcuni conflitti sembrano “cronicizzati”, insuperabili. Ma non ci arrendiamo a questa deriva. La nostra lotta deve essere quella a difesa dell’umanità di tutti noi! Far sentire con le nostre vite che oltre alla logica della guerra, esiste un’altra via auspicabile per il mondo intero: quella che si fonda sul rispetto della vita e delle persone. Serve a qualcosa? Sì! A non far calare il sipario sull’umanità!

Andrea Polidoro
Andrea Polidoro

“Non possiamo disperare nell’umanità, dal momento che noi stessi siamo esseri umani”, diceva Albert Einstein. Sì, anche se nel mondo ci sono un mare di cose che non sopportiamo, che ci disgustano, che ci sgomentano, non possiamo, non dobbiamo perdere per strada il nostro credo nelle incredibili risorse dell’umanità! Non è ingenuo ottimismo. Non è il voler vedere a tutti i costi positività anche quando tutto è marcio e corrotto. È credere che al di là del grande fracasso che ci circonda, c’è un’umanità che resiste e non si arrende, e che continua e continuerà a preservare la vita e le persone. Spesso nel silenzio e lontano dai riflettori.

Nutriamoci dell’umanità di cui è piena la storia, di cui siamo circondati. Il mondo ci apparirà meno brutto e desolante. Nonostante tutto. Al di là di ogni cosa terribile che ci avvolge. Non dimentichiamoci mai che ciò che di meglio possiamo fare ogni giorno, è tentare di ESSERE UMANI!

Immagini tratte da Twitter

G8 di Genova 2001: io c’ero e non dimentico

G8 di Genova 2001: io c’ero e non dimentico

Ogni anno, di questi giorni, sento crescere dentro un’emozione incontenibile e piango. Piango per qualcosa di incredibile che è successo 20 anni fa. Genova, luglio 2001 e quel maledetto G8 che ha lasciato delle ferite che fanno ancora tremendamente male. Io c’ero e non posso dimenticare! Non posso dimenticare come vedemmo la nostra città cambiare nell’arco di una notte, quando usciti di casa una mattina ci trovammo racchiusi dentro una gabbia metallica di grate poste a difendere il fortino dentro al quale si sarebbero dovuti incontrare i cosiddetti “grandi della terra”.

Respiro ancora la tensione crescente che c’era nell’aria ancor prima che tutto accadesse. Giravo in bici curiosando per la città e non capivo perché mai si stesse attrezzando un assetto di difese come se si fosse in guerra. Quelle misure sembravano sproporzionate, ingiustificate, contro quella massa di persone disarmate venute da ogni dove, unicamente per far sentire la propria voce e il proprio desiderio di un altro mondo possibile.

Mi scrollai di dosso quelle brutte sensazioni personali e respirai a pieni polmoni le buone vibrazioni che c’erano nei luoghi del “Genova Social Forum”, dove si discuteva di alternative possibili al modello unico del Neoliberismo e del Mercato, dove si incontravano giovani di ogni paese, dove si cantava e regnavano i sorrisi belli, luminosi di chi non smette di sognare! Quel clima di festa e di mondialità mi riempirono il cuore, tanto da farmi sentire felicemente fortunato a poter partecipare ad un simile evento.

Eppure certe cose mi turbavano. Non posso dimenticare quelle divise e quei caschi dietro ai quali si nascondevano giovani come noi che ci guardavano con sospetto, forse disprezzo, e controllavano ogni nostro passo. Non posso togliermi dalla mente il rumore sempre presente degli elicotteri che volavano sopra le nostre teste, a sorvegliare minuziosamente ogni movimento sospetto e accenno di disordine. Un suono ansiogeno che mi è rimasto dentro a lungo facendomi sussultare per mesi quando lo sentivo.

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Tutto però cominciò nel migliore dei modi. La manifestazione di giovedì 19 luglio fu gioiosa, colorata, multiculturale. Una vera e propria festa alla quale avevano  partecipato adulti e bimbi di ogni età, in un clima di grande serenità e contentezza.  Niente lasciava presagire che l’indomani un’ondata incontrollata di violenza avrebbe spazzato via quelle bellissime sensazioni lasciandoci sgomenti come mai ci era accaduto nelle nostre giovani vite.

Chi non c’era deve sapere cosa è successo. Chi non era lì e seguiva il racconto di quei giorni da dietro un televisore, deve conoscere la verità dei fatti. Chi era troppo piccolo per capire o doveva ancora nascere, deve sapere di questa lunga notte della democrazia dove abbiamo sofferto a riconoscerci italiani. La narrazione dei mass media ha spesso fatto passare migliaia di persone non violente per una massa di distruttori e di facinorosi che non vedevano l’ora di mettere a fuoco e fiamme Genova! Non fu proprio così!

Tutto cominciò nella tarda mattinata di venerdì 20 luglio, quando in diverse piazze della città vennero organizzati dei sit-in di protesta pacifici che poi sarebbero dovuti convogliare verso la “zona rossa” per far sentire la forte voce dei “piccoli della Terra”. Un’idea di manifestazione non violenta fatta per assediare in modo pacifico i governanti del mondo. Non potevamo però pensare che qualcosa di incredibile avrebbe scombinato i nostri piani. Quella mattina ci sorprendemmo dell’entrata in scena dei “black block”, giovani vestiti di nero e non identificati, che cominciarono a fare prima inquietanti caroselli con tamburi e bandiere, per poi  scatenare la loro furia contro ogni cosa. Avevano una strategia ben precisa. Raggiungere ogni piazza dove era previsto un sit-in autorizzato, inquinare con la loro presenza violenta quelle manifestazioni, e con i loro atti sorbire l’effetto di richiamare l’arrivo massiccio delle forze dell’ordine che una volta sul posto iniziarono a pestare e reprimere i cittadini presenti. C’è un piccolo dettaglio però: i black block riuscivano sempre a dileguarsi prima dell’arrivo di polizia e carabinieri, e le vittime della repressione delle forze dell’ordine erano così i manifestanti non violenti. Questo copione si ripeté in ogni piazza e fece sì che l’escalation di violenza e di rabbia crescesse a dismisura fino alla perdita totale di ogni controllo.

Iniziammo ad avere l’inconfessabile e sconcertante sospetto che questi black block venissero come “scortati” dalla forze dell’ordine in giro per Genova, in modo da portare a termine il loro sporco lavoro e frantumare così in modo irreparabile la protesta che si era organizzata in modo pacifico e costruttivo per mesi. Pareva cosa incomprensibile che questi ragazzi del fatidico “blocco nero”, ben visibili e rintracciabili, fossero entrati indisturbati in Italia nonostante l’allerta massima esistente già prima del vertice, e che nessuno di loro poi fosse stato fermato e arrestato in quei giorni assurdi. Sembrava esserci un disegno dietro tutto ciò, un piano a cui non volevamo, non potevamo credere in quei giorni. Eppure ahimè, alcune immagini testimoniarono poi di una vicinanza – una complicità? – tra questi individui e alcuni agenti delle forze dell’ordine.

L’effetto voluto fu però raggiunto. Da quel momento si spezzò ogni equilibrio e successe l’irreparabile. L’onda di quella violenza inaspettata ci aveva travolti e non riuscivamo a capire la furia e l’irrazionalità con la quale tante persone inermi venivano colpite in modo indiscriminato dagli agenti. Non posso dimenticare le ferite sui corpi, le macchie di sangue, le grida di chi implorava di non essere colpito, le mani bianche alzate e quel persistente, nauseabondo odore di lacrimogeni che avvolgeva Genova e ci bruciava nell’anima. La miccia era ormai stata accesa e scoppiò il marasma più totale. Il disorientamento era generale, sia da parte dei tantissimi manifestanti presenti a Genova, sia di tanti giovani agenti che, come scoprimmo in seguito, non sapevano come comportarsi o ricevevano ordini contraddittori.

Non posso dimenticare il gelo che mi prese quando mi dissero “hanno ucciso un ragazzo!”. “Come si chiama? Chi è?”, chiesi trafelato. “Sembra si chiami Carlo…”. Io ero relativamente lontano da Piazza Alimonda, il luogo in cui Carlo perse la vita. Ero rimasto ingabbiato al di là del tunnel della ferrovia oltre il quale continuavano in modo acceso gli scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine. Eravamo tutti increduli per quanto accaduto. Non posso dimenticare gli sguardi che incrociavo e le lacrime di rabbia miste a dolore che bagnavano tanti di quei volti che mi circondavano.

Quando ormai a tardo pomeriggio riuscii a raggiungere sul lungo mare la base del Genova Social Forum c’era un silenzio raggelante e negli occhi di tutti uno spaventato disarmo. “Com’è stato possibile? E adesso che facciamo?”. La discussione se fare o meno la manifestazione che era prevista per il sabato 21 luglio, fu lunga, partecipata. Poi si decise di mantenerla, perché non poteva averla vinta la violenza. Si attivarono tutti i canali perché l’evento del giorno dopo potesse avvenire in sicurezza e senza più i terribili disordini di cui eravamo stati tutti sofferentemente spettatori o vittime, e le cui conseguenze portavamo in molti sulla nostra pelle. Non posso dimenticare con quale dolore tentai di prendere sonno quella notte, mentre rivivevo le immagini tristi di quanto successo e cresceva l’inquietudine per il suono delle sirene e degli elicotteri che giravano sulla città.

Il sabato 21 luglio erano previste 300.000 persone. Una fiumana di persone inermi che non volevano rassegnarsi. Una manifestazione imponente e senza precedenti che voleva far semplicemente sentire la propria voce. Volevamo in qualche modo evitare che gli scontri del giorno prima fossero l’ultima parola della nostra partecipazione al G8 di Genova. Camminavamo anche per Carlo, per tutti coloro che non avrebbero potuto essere presenti o che erano rimasti a casa perché spaventati dalle cose accadute. Purtroppo però si ripeté lo stesso copione del giorno prima. Ad un certo punto apparvero quei violenti conosciuti il venerdì, seminarono il panico distruggendo e appiccando fiamme, rovinarono inevitabilmente il clima pacifico della manifestazione, ruppero in due il corteo, e niente, iniziarono le cariche indiscriminate delle forze dell’ordine. Manganellate, calci, botte ed una pioggia inverosimile di lacrimogeni provenienti anche dal mare e dal cielo. Ho visto solo in seguito gli occhi terrorizzati di tanti incolpevoli rannicchiati contro un muro a implorare senza successo di non essere colpiti. Gli sguardi increduli di chi toccandosi la testa vedeva il sangue fuoriuscire per le ferite riportate. Io, essendo nella parte medio-alta del corte, mi trovavo già oltre quel fronte di guerriglia, e voltandomi ripetutamente indietro guardavo preoccupato e spaventato in fondo a quel corso da dove si alzava una nube di fuoco e di lacrimogeni. Ho più volte chiuso gli occhi e pregato dicendo “fa che non succeda niente..Ti prego…Fa che non avvenga ciò che è accaduto ieri…”. Avevamo perso ogni riferimento. Iniziammo ad avere paura di coloro che avrebbero dovuto proteggerci. Il nostro rapporto e la nostra fiducia verso le autorità si era incrinato forse in modo irreparabile. Qualcuno aveva persino visto alcuni agenti festeggiare per la morte di Carlo. Un orrore che non avremmo mai potuto immaginare di conoscere.

Poi la sera del sabato, quando tutto sembrava finito e rivivevamo le amare e tristi sensazioni di quei giorni difficili, avvenne quella che è stata definita da un funzionario di polizia “un’operazione di macelleria messicana”. Circa 350 poliziotti entrarono nella scuola “Diaz”, dove poco più di 90 persone tra giornalisti  e manifestanti stavano riposando, e fu una carneficina. Si trovarono tracce di sangue ovunque, una sessantina di attivisti vennero portati in ospedale in ambulanza di cui due in gravi condizioni. Un’azione di repressione, di pestaggio, di una violenza inaudita, che poi le autorità hanno tentato incredibilmente di motivare, smentiti però clamorosamente dai fatti, dalle immagini e dalle testimonianze. Un episodio di violenza ingiustificato e ingiustificabile, tanto più perché compiuto da agenti delle forze dell’ordine.

Poi, ci furono le vicende della caserma di Bolzaneto, diventata per l’occasione una sorte di prigione per i manifestanti arrestati, e dove sono accadute le peggiori cose (violenze, torture, soprusi).

Ed infine, tutto ciò che è seguito a questi giorni indelebili nel corso degli anni, il cui dolore più grande è stato l’assistere al tentativo di insabbiare e far impunemente passare nel dimenticatoio una volta per tutte questa triste storia che ci riguarda tutti.

La domanda che sottende questo lungo racconto è una sola: com’è stato possibile tutto ciò? Chi e cosa hanno permesso che tutto ciò accadesse? Chi ha consentito che la complessità di quel evento venisse gestita in questo modo? Chi ha avallato questa incostituzionale temporanea sospensione della democrazia nel nostro paese? Chi ha garantito una sorte di impunità agli agenti delle forze dell’ordine? E soprattutto, perché nessuno ha pagato per questi fatti gravi? Perché anzi, i graduati che hanno gestito alcune tra le operazioni più schifose di quei giorni, sono stati invece promossi? Finché non verrà fatta giustizia queste ferite non guariranno! Il trauma di quei giorni forse ce lo porteremo sempre addosso, soprattutto chi è stato vittima della violenza ingiustificata.

Qualcuno dirà che questa è una rilettura troppo di parte e prenderà sempre le difese delle forze dell’ordine. Se guardate le carte dei processi di questi anni e le numerose testimonianze emerse, vedrete che anche diversi “insospettabili”  appartenenti alle forze di polizia ammetteranno le contraddizioni e le porcherie compiute in quei giorni dagli agenti in divisa e soprattutto da chi li ha comandati.

Certo, non sono così ingenuo da dire che il movimento “no global” non avesse le sue contraddizioni e che i manifestanti fossero tutti dei santi, ma assolutamente niente poteva giustificare le violenze messe in atto e quell’incomprensibile fuoriuscita dal registro democratico che ha tutto permesso e coperto.

Sono passati 20 anni da quel triste pomeriggio del 20 luglio. Se chiudo gli occhi rivivo quegli attimi e sento la voglia di piangere. Io c’ero e non posso dimenticare, e soprattutto non voglio che uno stato di diritto come l’Italia possa rivivere un’esperienza così dolorosa e che ancora, dopo 20 anni, non trova guarigione.

So che oggi come oggi non c’è molta voglia e disponibilità a riaprire certe pagine della nostra storia. So che nel sentire comune non ci si avvicina volentieri alle ferite del nostro paese. Viviamo in una sorte di ostinata e ostentata spensieratezza per cui si resta alla superficie delle cose e dei fatti. Eppure in quei giorni la nostra democrazia ha tremato, e tutto ciò è avvenuto con una tale evidenza e sfacciataggine che questa cosa grave non può lasciarci indifferenti. E se la storia insegna, la memoria è il nostro unico antidoto per evitare che certe pagine si ripetano.

Troppe cose sono state dette su quei giorni. In troppi hanno parlato a sproposito per difendere e screditare. La forza e l’autorevolezza dei testimoni però è inattaccabile! Chi c’era non potrà e non vorrà mai dimenticare, e seguiterà a raccontare quell’orrore!

Quanto conta avere un sito veloce?

Quanto conta avere un sito veloce?

Nella società ultra veloce di oggi, nella quale siamo perennemente immersi dentro un rapido flusso che ci trasporta a spasso per i nostri giorni, siamo tutti vittime di un triste paradosso: quello di non avere mai tempo. Ci siamo dotati di strumenti e di tecnologie per lavorare in modo più efficace e spedito, e disponiamo di mezzi che ci consentono di spostarci e muoverci risparmiando energie ed ore. Le tempistiche si sono accorciate, contratte, drasticamente ridotte. Eppure, le nostre giornate sono sempre scandite da una lista infinite di cose da fare, e a non molto servono i nostri sforzi ed i nostri affanni. Il tempo non ci basta mai!

Questo fenomeno della “velocizzazione” dei nostri ritmi sociali, poco a poco, in modo silente e subdolo, ci è entrato sotto pelle e si è impossessato di noi, tanto che ormai corriamo tutti come automi senza spesso neanche sapere il perché, o peggio, senza che ci sia una ragione valida per farlo.

Siamo inevitabilmente diventati tutti impazienti. La perdita della pazienza non è un sintomo di buona salute per la nostra società. Si traduce in intolleranza, frammentazione dei rapporti, perdita della dimensione umana delle nostre relazioni. Nella frenetica vita di tutti i giorni siamo più portati a urtarci, sfiorarci, mancarci, piuttosto che incontrarci. Ma veniamo al tema di questo articolo.

1. UN SITO O È VELOCE O NON È

Sì, avete capito bene. Se un sito internet non si carica in tempi rapidi, la stragrande maggioranza degli utenti avrà già puntato il suo mouse altrove. Peggio ancora se il sito viene cercato su un dispositivo mobile. I tempi sono veramente strettissimi! A nulla quindi serve avere un sito web se tale contenitore non consente a potenziali visitatori di usufruirne in modo piacevole, fluido, rapido.

Per capire la portata di questo discorso proviamo a dare qualche numero. Dovete sapere che secondo studi recenti, più della metà degli utenti interrompono la navigazione all’interno di una pagina web, se occorrono più di 3 secondi perché questa si carichi. Un 30% di pubblico attende ancora qualche istante ulteriore, ma nessuno ormai va oltre i 5 secondi di attesa! Cinque secondi sono un “niente” a ben considerare le cose, ma come dicevo, ormai siamo tutti nella morsa del tempo e non sappiamo più aspettare davanti ad uno schermo bianco che si sta caricando.

2. UN SITO LENTO SCORAGGIA LE PERSONE

Avere un sito non perfettamente funzionante e rapido ha però delle conseguenze non da poco. Come dicevamo, la gran parte dei visitatori abbandona ancor prima di entrarci, ma anche le poche persone che hanno avuto la pazienza di aspettare, saranno scoraggiate dal visitare ulteriori pagine. Aumenta così inevitabilmente la percentuale di rimbalzo, ovvero quella di coloro che abbandonano il sito. Sappiamo che oggi il lasso di tempo per catturare l’attenzione degli utenti è molto ridotto. Si dice che in genere ce la giochiamo nel giro di 2 minuti, un tempo oltre il quale l’utente si è già fatto un’idea della tua azienda o della tua attività.

C’è però un aspetto che può sembrare secondario ma che invece è tutto tranne che irrilevante. Un sito lento viene considerato dagli utenti come non meritevole di fiducia! Viene percepito come un sito poco affidabile, e conseguentemente, ne risente in modo inevitabile anche la credibilità del tuo brand.  Solo chi ti conosce già e crede nella qualità che offri, avrà la pazienza di aspettare i tempi del tuo sito. Gli altri – i potenziali nuovi clienti! – avranno cercato altrove!

3. UN SITO LENTO È CONTROPRODUCENTE

Sì, perché si traduce in perdite per l’azienda! Perdite di nuovi clienti e di possibile conversioni da parte loro. Pensate che i grandi colossi del web (Amazon, per citarne uno) hanno quantificato una percentuale di perdita per ogni millesimo di secondo in più nel tempo di caricamento del loro sito! Ogni utente che visita il tuo sito è un potenziale acquirente. Se il tuo sito non si carica o lo fa in modo troppo lento, hai perso un’occasione!

C’è inoltre da dire che Google ama i siti veloci, e che quindi se la velocità di caricamento del tuo spazio è troppo lento, a lungo andare potrebbe essere che perderai posizioni nei risultati offerti dai motori di ricerca. Perderai quindi in visibilità e penalizzerai ulteriormente i tuoi sforzi genuini di essere presente nel mercato. Un vero peccato se pensi a quanto ci metti l’anima per portare avanti la tua attività e attirare nuove persone!

4. VIE D’USCITA

Premetto che per verificare la velocità di caricamento del tuo sito ci sono diversi strumenti gratuiti messi a disposizione in rete. Vi basterà digitare “test my site” e vi si apriranno diverse possibilità. I risultati che si ottengono sono da prendere con le pinze, ma danno indicazioni importanti e utili per migliorare le prestazioni del vostro sito. Ecco ad esempio alcuni test recenti eseguiti per misurare le performances del mio sito.

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Come vedete, i risultati sono eccellenti. Dietro ad un sito veloce c’è un immenso lavoro che va a curare tantissimi dettagli. Tutto dipende dal come viene costruito un sito. Un professionista sa cosa deve scegliere in fase di progettazione e come realizzare un sito in modo che risulti veloce ed ottimizzato. Le vie d’uscita per migliorare le prestazioni del tuo sito sono tante. I trucchi ed i segreti sono pochi, ma occorre avere le competenze per saperli mettere in atto, usando gli strumenti più idonei. Cose un po’ noiose e incomprensibili per chi non è del mestiere.

Il mio intento non è quello di fare l’ennesimo articolo sul tema ed entrare in dettagli tecnici (nel web ne trovi a palate!), ma aiutarti a capire che non basta avere un sito per presentarti al mondo. Occorre che questo tuo spazio sia visibile, efficace e porti nuove persone alla tua azienda o attività.

5. CONCLUSIONI

Il tuo sito è una delle tue vetrine digitali. Forse la più importante! Spesso rappresenta il primo incontro che un nuovo cliente fa con la tua azienda! Non trascurare quindi questo tuo spazio nel quale ti giochi la tua reputazione, puoi creare contatti e realizzare conversioni che generano utili. Punta a realizzare un sito veloce, capace di catturare l’attenzione in pochi istanti e di suscitare la fiducia nelle persone che ancora non ti conoscono.

Ricordati che oggi il marketing è cambiato. Non puoi limitarti a cercare in tutti i modi di catturare l’attenzione degli utenti, ormai satura di sollecitazioni continue. Racconta la tua unicità, distinguiti dalla massa, fai entrare le persone nel tuo mondo che si distingue dal resto. Ciò che conta è entrare in relazione, partire dai bisogni delle persone, ascoltarle, per offrire loro le risposte attese e più valide. Se il tuo sito web non raggiunge questo obiettivo fondamentale, stai perdendo delle occasioni importanti, e ciò è un vero e proprio peccato.

E allora, rimboccati le maniche e mettiti al lavoro per dare al tuo sito le opportunità che si merita! Il tuo brand va curato e non può essere sminuito da un sito che fa scappare nuovi clienti! È un lavoro appassionante e che porterà i suoi frutti!

Ti auguro il meglio!

Qualora dovessi avere bisogno del mio aiuto, contattami nella modalità che preferisci. Il tuo progetto è anche il mio, e il raggiungimento dei tuoi obiettivi rappresenta la mia più grande gioia professionale!

Sul confine

Sul confine

Vivo in un paese sperduto dell’Abruzzo abitato da 120 anime. Un buon posto per osservare e ascoltare il mondo. Qui respiriamo ancora il silenzio e sentiamo le voci incontrastate della Natura, e la vita scorre dentro un ritmo che sembra ormai appartenere al passato. Le persone hanno tutte un nome, e resiste quel senso di comunità che l’urbanizzazione selvaggia ha spazzato via dai quartieri delle città. Qui qualcosa sembra resistere ai cambiamenti che la società chiede frettolosamente a tutti di accettare in modo incondizionato, pena l’esclusione. Abitiamo su un fragile confine. Tra ciò che è stato e di cui c’è ancora traccia, e ciò che accade al di là delle colline, andando incontro alla pianura popolata da persone indaffarate e inquinata da uno dei più grandi poli industriali del sud Italia. Una frontiera che ci teniamo stretta. A volte scomoda, limitante, ma che ci preserva la libertà. E mentre guardo dalla mia finestra penso.

IL PROGRESSSO

Penso che il tanto decantato progresso, celebrato senza sosta con l’avvento del secolo scorso, sia in realtà una narrazione parziale di quanto accade. Questo fatto che la storia umana assomigli ad una curva che costantemente tende a salire e a crescere, portando nel mondo benessere, pace e felicità viene costantemente smentita dai fatti. Eppure a questo mito, l’uomo non riesce a rinunciare. La realtà appare molto più problematica di quanto con troppo semplicismo ci viene raccontato. La società si è complessificata, e l’uomo non sembra essere riuscito ancora ad entrare nella visione multidimensionale che l’avvolge. Ha necessità di ancorarsi a poche idee chiare che dettino una direzione. Non è mai stato aiutato a fare questo passaggio verso un pensiero più consapevole.

Certo, che l’umanità abbia fatto dei passi enormi è sotto gli occhi di tutti, ma è altrettanto vero che in questo sofferto percorso, pare aver perso per strada troppe cose che portava nella sua parte più intima e profonda. La storia non sembra infatti assomigliare piuttosto ad un processo di mutazione? Molte cose cambiano, altre si acquisiscono, altre restano come costanti “immutabili”, ed altre ancora si perdono, e nel setaccio dei giorni vissuti non sembrano rimanere solo pepite. C’è ancora molto fango e pietre senza valore. Abbiamo conquistato nuove opportunità, perdendone però alcune che era importante tenersi stretti. Ci siamo persi di vista e non sappiamo più verso dove stiamo andando.

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VERSO DOVE STIAMO ANDANDO?

Guardando fuori dalla mia finestra penso che sia questo il grosso problema. L’umanità sembra aver perso la direzione, il senso verso quale andare. Il significato del suo stare al mondo. Non siamo più capaci di guardare lontano, di gettare lo sguardo oltre quel domani prossimo che ci aspetta. Non cerchiamo più orizzonti né prospettive. Le nostre aspirazioni sono solo a corto termine. Sembra quasi che la rassegnazione sia la condizione generale nella quale viviamo tutti. Sospesi tra il bisogno di credere a qualcosa che dia senso ai nostri giorni, ed un’impietosa disillusione che non ci permette più di sognare. 

Gli ideali sembrano solo un retaggio del passato. Le religioni, un’ingombrante  carcassa svuotata di quella spiritualità che fa veramente vivere. Gli intellettuali non sembrano più parlare alla gente. Non vediamo più leader capaci di dare un sogno ai popoli. Qualcuno continua ad indicare delle direzioni, ma sono solo “voci che gridano nel deserto”. Inascoltate, screditate, giudicate. Solo perché non allineate.

Regna il disorientamento generale. Gli anziani stentano a ritrovarsi in un mondo che hanno visto radicalmente cambiare in troppo poco tempo. Gli adulti hanno misteriosamente smesso di crescere. Presi dalla frenesia dell’avere, hanno dimenticato di coltivare l’essenza del loro essere, e sposando una mentalità deresponsabilizzante restano degli eterni adolescenti incapaci di guidare.  I giovani non sanno più chi seguire, bombardati di messaggi e confusi da una quantità straripante di voci che quotidianamente entrano nei loro telefonini. Senza dei riferimenti significativi, restano aggrovigliati nelle loro emozioni, e non sanno cosa farne di quel magma di cose che si agita dentro e che a volte li travolge.

E in tutto questo, c’è una cosa che fa più male di tutte: non siamo più capaci di parlarci! Interagiamo, chattiamo, ci video-chiamiamo, siamo socialmente interconnessi, abbiamo un sacco di “amici”, ma sembriamo diventati incapaci di comunicare le cose che contano. Forse perché non sappiamo più ascoltare. Le parole non sono incoraggiate. Alexander Langer fotografò bene questa situazione con una frase. Disse: “è una società di persone sole, di consumatori bulimici, di spettatori assuefatti, dagli orizzonti corti e frammentati”. E allora mi chiedo, c’è ancora spazio per la speranza?

ASCOLTA COI TUOI OCCHI

Se non dessimo ogni giorno un po’ d’acqua alla pianta della speranza, i nostri giorni perderebbero di senso. La vita è un mistero troppo grande per limitarci al nostro modo di vedere e non andarle incontro con fiducia. Alziamo gli occhi, impariamo a guardare, mettiamoci in ascolto, sorprendiamoci! Questo è solo un modo tra tanti di abitare il mondo! La nostra personale storia può avere dei contorni diversi. Ci sono stanze della nostra vita dove è troppo tempo che non torniamo più. Spalanchiamo quelle finestre perché riportino luce e ossigeno dentro la nostra esistenza! Non diamo per scontata la vita. Scegliamola ogni giorno, inventiamocela, facciamola assomigliare ai nostri desideri. 

Pensiamo a quanto ancora possiamo crescere “dentro” per realizzare il nostro essere pienamente uomini e donne. Abbiamo un tale potenziale nascosto nel profondo, che è un vero peccato vedere come invece la nostra società ci abbia un po’ tutti uniformati e livellati troppo al ribasso. 

Ci sono ogni giorno notizie tristissime che arrivano dal mondo. Sono quelle che fanno più rumore. Ma andandoli a cercare, ci sono anche tantissimi segnali di un’umanità che non molla e che ci ricorda che una delle cose che sappiamo fare meglio sotto questo cielo è amare! Non mi rassegno a questa brutta copia di un mondo che può essere diverso. Sì, dovremmo cambiare i parametri, le priorità, gli strumenti, gli obbiettivi. Siamo bravissimi a fare queste cose. Perché non farlo per il benessere più profondo e vero di noi tutti? Credo che ci siamo tutti stancati della modalità “profitto esasperato”, che sta succhiando l’anima al pianeta e arricchendo solo una piccola élite di potenti. 

Chi tiene le trame della storia è riuscito a farci credere che non esiste un’alternativa a questo stato di cose. Che questa è la società migliore che fino ad ora ci potessimo inventare, e che si sta facendo il massimo per garantirci dei giorni felici. Io non lo credo, e allo stesso tempo, non ho mai avuto così tanta speranza come oggi. Sempre più persone stanno scendendo dal treno in corsa della nostra società, per continuare il viaggio al proprio passo e nella direzione che sentono più consona alle proprie aspirazioni. Non è vero che non è possibile. Non lo è fino al momento in cui non torni ad abitare la tua vita per farne un capolavoro.

Dalla mia frontiera guardo, ascolto il mondo, e so che esiste un modo ben diverso di vedere le cose. Il cambiamento è dentro di noi, e comincia con un primo, impercettibile passo. Un movimento, una direzione, una scelta che ci sospinge a vivere la nostra strada. A non subire più le scelte degli altri. A diventare protagonisti dei nostri giorni. La felicità non è cosa che si trova sugli scaffali dei centri commerciali. Non è facile. È innocentemente semplice. Sta dentro di te, accanto, attorno. Bisogna solo allenare i nostri occhi a riconoscerla. E da lontano, sul confine, le cose si vedono meglio.

L’immagine del “confine” non si riferisce tanto ad una mera questione geografica. Si tratta  piuttosto di un modo di vivere, di resistere, di sognare un domani capace di includere le sorti di tutti noi. Sul confine, tenendo un piede fuori, come a significare la non accettazione passiva di una realtà sociale ed economica nella quale stentiamo a riconoscerci pienamente, perché troppo poco umana. Siamo molto più di quanto si possa credere. Ci manca solo la consapevolezza della nostra forza. 

ASCOLTA UN MIO PODCAST SUL TEMA DELLA “CRISI”

Ferite

Ferite

Il viaggio più importante che possiamo vivere è probabilmente quello verso noi stessi. La Vita non è fondamentalmente un lungo “ritorno a casa”? Eppure quanta fatica a trovare la strada giusta, malgrado la Vita in certi giorni sembri incredibilmente semplice. Ci incartiamo. Ci annodiamo su noi stessi. Ci affossiamo nelle nostre sabbie mobili. Restiamo sommersi dalla matassa delle cose accumulate nei giorni che passano. Ci disorientiamo, smarriamo la strada buona, incapaci come siamo di vedere. C’è un “nodo primordiale” che forse complica le cose e consiste nel fatto che la Vita inevitabilmente “fa male”: sfregia, graffia, incide, lascia cicatrici, traumi, botte. È una di quelle cose cui non sembra esserci rimedio, perché anche nelle situazioni più protette e intrise di amore sano, non riusciamo a non farci male. Siamo tutti dei feriti che feriscono, certo, nella stragrande maggioranza delle situazioni in modo del tutto inconsapevole e involontario. Siamo dei feriti incoscienti che feriscono inconsciamente!

La consapevolezza libera

Continuo sempre a pensare che noi umani abbiamo tutti i mezzi e le risorse per vivere meglio, e non parlo di progresso tecnologico ma di crescita umana, la più importante! Continuo a sognare un mondo nel quale noi persone possiamo diventare pienamente noi stessi ed essere così finalmente “umani”. Non siamo ancora troppo lontani da noi? Non navighiamo ancora troppo solo sulla superficie delle cose e troppo vicino a coste sicure, senza scegliere le rotte veramente importanti per far crescere il nostro mondo? Dovremmo imparare a prenderci cura di noi. Dovremmo prenderci cura delle nostre ferite. Le ferite hanno troppo il sopravvento sulle nostre vite, noi che ingenuamente pensiamo di detenere il controllo e di essere i capi supremi delle nostre decisioni. Ci sono spesso due subdole presenze che si nascondono nella centralina di comando delle nostre esistenze: le paure e le ferite.

Guardiamoci: sono troppo spesso le ferite a parlare per noi! Nelle nostre conversazioni roventi o le discussioni senza capo né coda, c’è la regia delle nostre ferite. Dietro le nostre rabbie represse o mal comunicate, dietro i nostri eccessi di ira o i nostri mal di pancia, covano le nostre ferite. Guardate gli spaccati della nostra società: i social network, la televisione, gli stadi, gli ambienti di lavoro, i luoghi di aggregazione, ecc. Dove ci sono delle tensioni, degli scontri, delle violenze, delle ingiustizie, delle scorrettezze, delle prepotenze, troverete che tutto è mosso dalle ferite. Guardiamo anche più banalmente la nostra vita di tutti i giorni, trascorsa con le persone che amiamo, i nostri amici, i nostri colleghi: tante incomprensioni, tanti risentimenti e rancori, tante asprezze e insensibilità, tanti disagi e malumori, tanti pesi e sofferenze, sono lampanti espressioni delle ferite che parlano dentro di noi! Dovremmo imparare a riconoscere il loro linguaggio, le loro reazioni, i loro sospetti, le loro armi di difese e di attacco.

Una società che si prende cura di sé

Arriva un momento nella vita – e lo si spera per tutti – in cui si sente il bisogno di zittire tutto questo vociare dentro di noi e far risuonare una pace silenziosa. Arriva un momento in cui questa “dittatura emozionale” merita di essere destituita per far regnare quella democratica armonia che nasce dalla consapevolezza di sé, in cui c’è posto per ogni cosa e per tutti! Stiamo sempre troppo inutilmente male per le nostre ferite. Sta male il mondo.

Mi piacerebbe che nei programmi politici di chi aspira a governare un paese ci fosse anche un’attenzione all’anima delle persone. Mi piacerebbe che un politico, oltre a fare i ripetitivi populistici proclami e parlare per slogan che toccano “le ferite e le paure” della gente, annunciassero un autentico desiderio di prendersi cura delle persone, del loro benessere, della qualità della loro vita, al di là dei soliti discorsi inerenti all’economia e al dio mercato. Sogno un mondo nel quale si possa parlare anche altri linguaggi oltre a quello prettamente economico, un mondo nel quale sempre più persone decidano di prendersi cura delle proprie ferite per ripartire con uno sguardo completamente nuovo sulla vita!

Il cammino è sempre uno splendido spazio che ci mette nelle condizioni ideali per prenderci cura di noi. In cammino, i vecchi dischi rotti che continuano a girarci nella testa e a cantarcela, diventano una noiosa compagnia e impariamo a disfarcene. In cammino, passo dopo passo, impariamo a guarire dentro e far fiorire una solida pace. Lo sguardo cambia, così come la vita e il modo di viverla.

Allora impareremo non più a ferire ma a fare delle nostre ferite guarite, il mezzo più meraviglioso per capire le persone che abbiamo la fortuna di incontrare e per creare spazi di umanità e di compassione. Non è di questo che prima di ogni cosa ha bisogno il mondo?