G8 di Genova 2001: io c’ero e non dimentico

G8 di Genova 2001: io c’ero e non dimentico

Ogni anno, di questi giorni, sento crescere dentro un’emozione incontenibile e piango. Piango per qualcosa di incredibile che è successo 20 anni fa. Genova, luglio 2001 e quel maledetto G8 che ha lasciato delle ferite che fanno ancora tremendamente male. Io c’ero e non posso dimenticare! Non posso dimenticare come vedemmo la nostra città cambiare nell’arco di una notte, quando usciti di casa una mattina ci trovammo racchiusi dentro una gabbia metallica di grate poste a difendere il fortino dentro al quale si sarebbero dovuti incontrare i cosiddetti “grandi della terra”.

Respiro ancora la tensione crescente che c’era nell’aria ancor prima che tutto accadesse. Giravo in bici curiosando per la città e non capivo perché mai si stesse attrezzando un assetto di difese come se si fosse in guerra. Quelle misure sembravano sproporzionate, ingiustificate, contro quella massa di persone disarmate venute da ogni dove, unicamente per far sentire la propria voce e il proprio desiderio di un altro mondo possibile.

Mi scrollai di dosso quelle brutte sensazioni personali e respirai a pieni polmoni le buone vibrazioni che c’erano nei luoghi del “Genova Social Forum”, dove si discuteva di alternative possibili al modello unico del Neoliberismo e del Mercato, dove si incontravano giovani di ogni paese, dove si cantava e regnavano i sorrisi belli, luminosi di chi non smette di sognare! Quel clima di festa e di mondialità mi riempirono il cuore, tanto da farmi sentire felicemente fortunato a poter partecipare ad un simile evento.

Eppure certe cose mi turbavano. Non posso dimenticare quelle divise e quei caschi dietro ai quali si nascondevano giovani come noi che ci guardavano con sospetto, forse disprezzo, e controllavano ogni nostro passo. Non posso togliermi dalla mente il rumore sempre presente degli elicotteri che volavano sopra le nostre teste, a sorvegliare minuziosamente ogni movimento sospetto e accenno di disordine. Un suono ansiogeno che mi è rimasto dentro a lungo facendomi sussultare per mesi quando lo sentivo.

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Tutto però cominciò nel migliore dei modi. La manifestazione di giovedì 19 luglio fu gioiosa, colorata, multiculturale. Una vera e propria festa alla quale avevano  partecipato adulti e bimbi di ogni età, in un clima di grande serenità e contentezza.  Niente lasciava presagire che l’indomani un’ondata incontrollata di violenza avrebbe spazzato via quelle bellissime sensazioni lasciandoci sgomenti come mai ci era accaduto nelle nostre giovani vite.

Chi non c’era deve sapere cosa è successo. Chi non era lì e seguiva il racconto di quei giorni da dietro un televisore, deve conoscere la verità dei fatti. Chi era troppo piccolo per capire o doveva ancora nascere, deve sapere di questa lunga notte della democrazia dove abbiamo sofferto a riconoscerci italiani. La narrazione dei mass media ha spesso fatto passare migliaia di persone non violente per una massa di distruttori e di facinorosi che non vedevano l’ora di mettere a fuoco e fiamme Genova! Non fu proprio così!

Tutto cominciò nella tarda mattinata di venerdì 20 luglio, quando in diverse piazze della città vennero organizzati dei sit-in di protesta pacifici che poi sarebbero dovuti convogliare verso la “zona rossa” per far sentire la forte voce dei “piccoli della Terra”. Un’idea di manifestazione non violenta fatta per assediare in modo pacifico i governanti del mondo. Non potevamo però pensare che qualcosa di incredibile avrebbe scombinato i nostri piani. Quella mattina ci sorprendemmo dell’entrata in scena dei “black block”, giovani vestiti di nero e non identificati, che cominciarono a fare prima inquietanti caroselli con tamburi e bandiere, per poi  scatenare la loro furia contro ogni cosa. Avevano una strategia ben precisa. Raggiungere ogni piazza dove era previsto un sit-in autorizzato, inquinare con la loro presenza violenta quelle manifestazioni, e con i loro atti sorbire l’effetto di richiamare l’arrivo massiccio delle forze dell’ordine che una volta sul posto iniziarono a pestare e reprimere i cittadini presenti. C’è un piccolo dettaglio però: i black block riuscivano sempre a dileguarsi prima dell’arrivo di polizia e carabinieri, e le vittime della repressione delle forze dell’ordine erano così i manifestanti non violenti. Questo copione si ripeté in ogni piazza e fece sì che l’escalation di violenza e di rabbia crescesse a dismisura fino alla perdita totale di ogni controllo.

Iniziammo ad avere l’inconfessabile e sconcertante sospetto che questi black block venissero come “scortati” dalla forze dell’ordine in giro per Genova, in modo da portare a termine il loro sporco lavoro e frantumare così in modo irreparabile la protesta che si era organizzata in modo pacifico e costruttivo per mesi. Pareva cosa incomprensibile che questi ragazzi del fatidico “blocco nero”, ben visibili e rintracciabili, fossero entrati indisturbati in Italia nonostante l’allerta massima esistente già prima del vertice, e che nessuno di loro poi fosse stato fermato e arrestato in quei giorni assurdi. Sembrava esserci un disegno dietro tutto ciò, un piano a cui non volevamo, non potevamo credere in quei giorni. Eppure ahimè, alcune immagini testimoniarono poi di una vicinanza – una complicità? – tra questi individui e alcuni agenti delle forze dell’ordine.

L’effetto voluto fu però raggiunto. Da quel momento si spezzò ogni equilibrio e successe l’irreparabile. L’onda di quella violenza inaspettata ci aveva travolti e non riuscivamo a capire la furia e l’irrazionalità con la quale tante persone inermi venivano colpite in modo indiscriminato dagli agenti. Non posso dimenticare le ferite sui corpi, le macchie di sangue, le grida di chi implorava di non essere colpito, le mani bianche alzate e quel persistente, nauseabondo odore di lacrimogeni che avvolgeva Genova e ci bruciava nell’anima. La miccia era ormai stata accesa e scoppiò il marasma più totale. Il disorientamento era generale, sia da parte dei tantissimi manifestanti presenti a Genova, sia di tanti giovani agenti che, come scoprimmo in seguito, non sapevano come comportarsi o ricevevano ordini contraddittori.

Non posso dimenticare il gelo che mi prese quando mi dissero “hanno ucciso un ragazzo!”. “Come si chiama? Chi è?”, chiesi trafelato. “Sembra si chiami Carlo…”. Io ero relativamente lontano da Piazza Alimonda, il luogo in cui Carlo perse la vita. Ero rimasto ingabbiato al di là del tunnel della ferrovia oltre il quale continuavano in modo acceso gli scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine. Eravamo tutti increduli per quanto accaduto. Non posso dimenticare gli sguardi che incrociavo e le lacrime di rabbia miste a dolore che bagnavano tanti di quei volti che mi circondavano.

Quando ormai a tardo pomeriggio riuscii a raggiungere sul lungo mare la base del Genova Social Forum c’era un silenzio raggelante e negli occhi di tutti uno spaventato disarmo. “Com’è stato possibile? E adesso che facciamo?”. La discussione se fare o meno la manifestazione che era prevista per il sabato 21 luglio, fu lunga, partecipata. Poi si decise di mantenerla, perché non poteva averla vinta la violenza. Si attivarono tutti i canali perché l’evento del giorno dopo potesse avvenire in sicurezza e senza più i terribili disordini di cui eravamo stati tutti sofferentemente spettatori o vittime, e le cui conseguenze portavamo in molti sulla nostra pelle. Non posso dimenticare con quale dolore tentai di prendere sonno quella notte, mentre rivivevo le immagini tristi di quanto successo e cresceva l’inquietudine per il suono delle sirene e degli elicotteri che giravano sulla città.

Il sabato 21 luglio erano previste 300.000 persone. Una fiumana di persone inermi che non volevano rassegnarsi. Una manifestazione imponente e senza precedenti che voleva far semplicemente sentire la propria voce. Volevamo in qualche modo evitare che gli scontri del giorno prima fossero l’ultima parola della nostra partecipazione al G8 di Genova. Camminavamo anche per Carlo, per tutti coloro che non avrebbero potuto essere presenti o che erano rimasti a casa perché spaventati dalle cose accadute. Purtroppo però si ripeté lo stesso copione del giorno prima. Ad un certo punto apparvero quei violenti conosciuti il venerdì, seminarono il panico distruggendo e appiccando fiamme, rovinarono inevitabilmente il clima pacifico della manifestazione, ruppero in due il corteo, e niente, iniziarono le cariche indiscriminate delle forze dell’ordine. Manganellate, calci, botte ed una pioggia inverosimile di lacrimogeni provenienti anche dal mare e dal cielo. Ho visto solo in seguito gli occhi terrorizzati di tanti incolpevoli rannicchiati contro un muro a implorare senza successo di non essere colpiti. Gli sguardi increduli di chi toccandosi la testa vedeva il sangue fuoriuscire per le ferite riportate. Io, essendo nella parte medio-alta del corte, mi trovavo già oltre quel fronte di guerriglia, e voltandomi ripetutamente indietro guardavo preoccupato e spaventato in fondo a quel corso da dove si alzava una nube di fuoco e di lacrimogeni. Ho più volte chiuso gli occhi e pregato dicendo “fa che non succeda niente..Ti prego…Fa che non avvenga ciò che è accaduto ieri…”. Avevamo perso ogni riferimento. Iniziammo ad avere paura di coloro che avrebbero dovuto proteggerci. Il nostro rapporto e la nostra fiducia verso le autorità si era incrinato forse in modo irreparabile. Qualcuno aveva persino visto alcuni agenti festeggiare per la morte di Carlo. Un orrore che non avremmo mai potuto immaginare di conoscere.

Poi la sera del sabato, quando tutto sembrava finito e rivivevamo le amare e tristi sensazioni di quei giorni difficili, avvenne quella che è stata definita da un funzionario di polizia “un’operazione di macelleria messicana”. Circa 350 poliziotti entrarono nella scuola “Diaz”, dove poco più di 90 persone tra giornalisti  e manifestanti stavano riposando, e fu una carneficina. Si trovarono tracce di sangue ovunque, una sessantina di attivisti vennero portati in ospedale in ambulanza di cui due in gravi condizioni. Un’azione di repressione, di pestaggio, di una violenza inaudita, che poi le autorità hanno tentato incredibilmente di motivare, smentiti però clamorosamente dai fatti, dalle immagini e dalle testimonianze. Un episodio di violenza ingiustificato e ingiustificabile, tanto più perché compiuto da agenti delle forze dell’ordine.

Poi, ci furono le vicende della caserma di Bolzaneto, diventata per l’occasione una sorte di prigione per i manifestanti arrestati, e dove sono accadute le peggiori cose (violenze, torture, soprusi).

Ed infine, tutto ciò che è seguito a questi giorni indelebili nel corso degli anni, il cui dolore più grande è stato l’assistere al tentativo di insabbiare e far impunemente passare nel dimenticatoio una volta per tutte questa triste storia che ci riguarda tutti.

La domanda che sottende questo lungo racconto è una sola: com’è stato possibile tutto ciò? Chi e cosa hanno permesso che tutto ciò accadesse? Chi ha consentito che la complessità di quel evento venisse gestita in questo modo? Chi ha avallato questa incostituzionale temporanea sospensione della democrazia nel nostro paese? Chi ha garantito una sorte di impunità agli agenti delle forze dell’ordine? E soprattutto, perché nessuno ha pagato per questi fatti gravi? Perché anzi, i graduati che hanno gestito alcune tra le operazioni più schifose di quei giorni, sono stati invece promossi? Finché non verrà fatta giustizia queste ferite non guariranno! Il trauma di quei giorni forse ce lo porteremo sempre addosso, soprattutto chi è stato vittima della violenza ingiustificata.

Qualcuno dirà che questa è una rilettura troppo di parte e prenderà sempre le difese delle forze dell’ordine. Se guardate le carte dei processi di questi anni e le numerose testimonianze emerse, vedrete che anche diversi “insospettabili”  appartenenti alle forze di polizia ammetteranno le contraddizioni e le porcherie compiute in quei giorni dagli agenti in divisa e soprattutto da chi li ha comandati.

Certo, non sono così ingenuo da dire che il movimento “no global” non avesse le sue contraddizioni e che i manifestanti fossero tutti dei santi, ma assolutamente niente poteva giustificare le violenze messe in atto e quell’incomprensibile fuoriuscita dal registro democratico che ha tutto permesso e coperto.

Sono passati 20 anni da quel triste pomeriggio del 20 luglio. Se chiudo gli occhi rivivo quegli attimi e sento la voglia di piangere. Io c’ero e non posso dimenticare, e soprattutto non voglio che uno stato di diritto come l’Italia possa rivivere un’esperienza così dolorosa e che ancora, dopo 20 anni, non trova guarigione.

So che oggi come oggi non c’è molta voglia e disponibilità a riaprire certe pagine della nostra storia. So che nel sentire comune non ci si avvicina volentieri alle ferite del nostro paese. Viviamo in una sorte di ostinata e ostentata spensieratezza per cui si resta alla superficie delle cose e dei fatti. Eppure in quei giorni la nostra democrazia ha tremato, e tutto ciò è avvenuto con una tale evidenza e sfacciataggine che questa cosa grave non può lasciarci indifferenti. E se la storia insegna, la memoria è il nostro unico antidoto per evitare che certe pagine si ripetano.

Troppe cose sono state dette su quei giorni. In troppi hanno parlato a sproposito per difendere e screditare. La forza e l’autorevolezza dei testimoni però è inattaccabile! Chi c’era non potrà e non vorrà mai dimenticare, e seguiterà a raccontare quell’orrore!

Ferite

Ferite

Il viaggio più importante che possiamo vivere è probabilmente quello verso noi stessi. La Vita non è fondamentalmente un lungo “ritorno a casa”? Eppure quanta fatica a trovare la strada giusta, malgrado la Vita in certi giorni sembri incredibilmente semplice. Ci incartiamo. Ci annodiamo su noi stessi. Ci affossiamo nelle nostre sabbie mobili. Restiamo sommersi dalla matassa delle cose accumulate nei giorni che passano. Ci disorientiamo, smarriamo la strada buona, incapaci come siamo di vedere. C’è un “nodo primordiale” che forse complica le cose e consiste nel fatto che la Vita inevitabilmente “fa male”: sfregia, graffia, incide, lascia cicatrici, traumi, botte. È una di quelle cose cui non sembra esserci rimedio, perché anche nelle situazioni più protette e intrise di amore sano, non riusciamo a non farci male. Siamo tutti dei feriti che feriscono, certo, nella stragrande maggioranza delle situazioni in modo del tutto inconsapevole e involontario. Siamo dei feriti incoscienti che feriscono inconsciamente!

La consapevolezza libera

Continuo sempre a pensare che noi umani abbiamo tutti i mezzi e le risorse per vivere meglio, e non parlo di progresso tecnologico ma di crescita umana, la più importante! Continuo a sognare un mondo nel quale noi persone possiamo diventare pienamente noi stessi ed essere così finalmente “umani”. Non siamo ancora troppo lontani da noi? Non navighiamo ancora troppo solo sulla superficie delle cose e troppo vicino a coste sicure, senza scegliere le rotte veramente importanti per far crescere il nostro mondo? Dovremmo imparare a prenderci cura di noi. Dovremmo prenderci cura delle nostre ferite. Le ferite hanno troppo il sopravvento sulle nostre vite, noi che ingenuamente pensiamo di detenere il controllo e di essere i capi supremi delle nostre decisioni. Ci sono spesso due subdole presenze che si nascondono nella centralina di comando delle nostre esistenze: le paure e le ferite.

Guardiamoci: sono troppo spesso le ferite a parlare per noi! Nelle nostre conversazioni roventi o le discussioni senza capo né coda, c’è la regia delle nostre ferite. Dietro le nostre rabbie represse o mal comunicate, dietro i nostri eccessi di ira o i nostri mal di pancia, covano le nostre ferite. Guardate gli spaccati della nostra società: i social network, la televisione, gli stadi, gli ambienti di lavoro, i luoghi di aggregazione, ecc. Dove ci sono delle tensioni, degli scontri, delle violenze, delle ingiustizie, delle scorrettezze, delle prepotenze, troverete che tutto è mosso dalle ferite. Guardiamo anche più banalmente la nostra vita di tutti i giorni, trascorsa con le persone che amiamo, i nostri amici, i nostri colleghi: tante incomprensioni, tanti risentimenti e rancori, tante asprezze e insensibilità, tanti disagi e malumori, tanti pesi e sofferenze, sono lampanti espressioni delle ferite che parlano dentro di noi! Dovremmo imparare a riconoscere il loro linguaggio, le loro reazioni, i loro sospetti, le loro armi di difese e di attacco.

Una società che si prende cura di sé

Arriva un momento nella vita – e lo si spera per tutti – in cui si sente il bisogno di zittire tutto questo vociare dentro di noi e far risuonare una pace silenziosa. Arriva un momento in cui questa “dittatura emozionale” merita di essere destituita per far regnare quella democratica armonia che nasce dalla consapevolezza di sé, in cui c’è posto per ogni cosa e per tutti! Stiamo sempre troppo inutilmente male per le nostre ferite. Sta male il mondo.

Mi piacerebbe che nei programmi politici di chi aspira a governare un paese ci fosse anche un’attenzione all’anima delle persone. Mi piacerebbe che un politico, oltre a fare i ripetitivi populistici proclami e parlare per slogan che toccano “le ferite e le paure” della gente, annunciassero un autentico desiderio di prendersi cura delle persone, del loro benessere, della qualità della loro vita, al di là dei soliti discorsi inerenti all’economia e al dio mercato. Sogno un mondo nel quale si possa parlare anche altri linguaggi oltre a quello prettamente economico, un mondo nel quale sempre più persone decidano di prendersi cura delle proprie ferite per ripartire con uno sguardo completamente nuovo sulla vita!

Il cammino è sempre uno splendido spazio che ci mette nelle condizioni ideali per prenderci cura di noi. In cammino, i vecchi dischi rotti che continuano a girarci nella testa e a cantarcela, diventano una noiosa compagnia e impariamo a disfarcene. In cammino, passo dopo passo, impariamo a guarire dentro e far fiorire una solida pace. Lo sguardo cambia, così come la vita e il modo di viverla.

Allora impareremo non più a ferire ma a fare delle nostre ferite guarite, il mezzo più meraviglioso per capire le persone che abbiamo la fortuna di incontrare e per creare spazi di umanità e di compassione. Non è di questo che prima di ogni cosa ha bisogno il mondo?

Ricominciare

Ricominciare

Le cose migliori nascono nei momenti più inaspettati. Quando qualche mese fa sono stato chiuso dentro casa come milioni di italiani a causa della pandemia, mi sono trovato inevitabilmente faccia a faccia con me stesso. Nell’assordante silenzio di quel periodo, ho iniziato ad ascoltarmi e a pormi profonde  domande sulla vita e sul mio personale cammino. In quella quarantena così particolare, nel quale siamo stati tutti confrontati ad una situazione che ci ha sbattuto addosso un’ondata di emozioni di un’intensità incredibile, abbiamo provato i sentimenti più disarmanti e ci siamo sentiti invasi da profonde paure. Abbiamo tutti negli occhi le immagini e i racconti che le televisioni portavano nelle nostre clausure forzate, e ci siamo tutti interrogati sul senso della vita, che mai come in quelle ore, ci è parsa fragile e indifesa.

In quei giorni dal sapore amaro, nei quali ho cercato anch’io di difendermi e preservare quanto di più prezioso avessi (la vita mia e delle persone amate), ho sentito quanto quel tempo così particolare portasse comunque dentro di sé anche nuove opportunità. Lo abbiamo percepito tutti, tanto che si era andata sempre più affermando una speranzosa credenza presente sulla bocca di tutti: “niente sarà più come prima!”. Ce lo dicevamo con la fiducia che il mondo avrebbe preso finalmente una direzione migliore per noi umani e per il pianeta Terra. In tanti avevamo la percezione che questa incredibile pandemia che aveva bloccato il mondo intero, stesse significando una rottura col passato che ci avrebbe obbligato a reinventarci diversi aspetti del nostro vivere.

Scrivevo in quei giorni: “Questa quarantena non ce la dimenticheremo facilmente, nonostante il fisiologico meccanismo che ci porterà a rimuoverla. Sarà come lievito dentro di noi che potrà far nascere nuove cose. Ci ha confrontato come non mai con noi stessi, facendoci scoprire risorse che non avevamo mai pensato di avere. Ha portato inaspettatamente verità. Verità sulla nostra vita, sulle nostre relazioni, sui nostri stili di vita, sulle nostre abitudini, sui nostri comportamenti. Ha squarciato il velo che avvolge le nostre società democratiche e il sistema economico sul quale si reggono. Sta mettendo a fuoco le scelte compiute, gli orientamenti decisi, i progetti intrapresi, le priorità stabilite. Ha mostrato le debolezze, le contraddizioni, le iniquità, le carenze. Ha setacciato i nostri vissuti per lasciarci solo le pepite che valgono”.

articolo blog ricominciare

In un periodo così difficile, triste, intenso, dove la morte entrava ogni giorno nelle nostre case, ho paradossalmente sentito l’irrefrenabile desiderio di una vita nuova, diversa da quella che stavo conducendo, più in corrispondenza dei miei sogni e delle mie aspirazioni. Probabilmente perché l’ombra della morte scuote le nostre esistenze e le induce a ritrovare le cose che contano. È così che in questa strana, imprigionata, immobile, dolorosa primavera del 2020, è sbocciata dentro di me l’idea di ricominciare un nuovo capitolo del mio viaggio.

Ricominciare è un verbo che mi è caro, forse perché tante volte in questi miei primi 50 anni, mi è capitato di vivere una ripartenza. Forse perché a ben guardare, ci è sempre data un’opportunità per reinventarci. La mia storia è disseminata di esperienze eterogenee, e il mio percorso può sembrare agli occhi di tanti, una parabola sconclusionata e senza una logica portante. Eppure sulle cose che contano (le persone, gli affetti, i valori), sono sempre stato irremovibile.

C’è sempre stata una sola ragione di fondo che ha sempre condotto i miei passi, andando magari anche in direzioni sorprendenti e improvvise: la ricerca del meglio in quella  determinata fase del mio percorso. Ho sempre avuto come bussola del mio apparente vagabondare, la tenace aspirazione alla felicità. No, non è un sogno impossibile! Lo so, siamo spesso incastrati e rassegnati dentro situazioni che non ci piacciono veramente e che ci facciamo andare bene per la concreta ragione che dobbiamo “portare il pane a casa”. Eppure oggi stesso, a ben guardare, per ognuno di noi, qualora ne avvertissimo il desiderio, ci sono opportunità per cominciare quel qualcosa di nuovo che più ci appartiene e che ci restituisce la gioia profonda di essere e vivere!

In quei giorni di marzo passati tra le mura di casa, ho sentito che dovevo provare a costruire una strada tutta MIA. Ho scelto di smettere di ascoltare le paure e le vocine del passato che mi hanno sempre scoraggiato dal intraprendere ambiziose iniziative, per cominciare – ancora una volta – una nuova avventura.

Se stai leggendo questo articolo, sei testimone che ciò è avvenuto. Ho lasciato un paio di opportunità di lavoro e mi sono finalmente concentrato sul MIO progetto. Diventare un freelance, un libero professionista, e aiutare tutti coloro che lo desiderano (attività, imprese, liberi professionisti, associazioni, cooperative, ecc.), a costruire la loro presenza sul web, o a rafforzarla, aumentarla, arricchirla. In questi anni ho studiato, ho seguito corsi certificati, mi sono dotato di strumenti e di competenze, e ho fatto esperienza sul campo. Ciò che mi sembrava un progetto impossibile, è diventato una realtà, un nuovo inizio, un appassionante lavoro.

Ti racconto questa storia, per far riaffiorare dentro di te quel seme tutto tuo e che ambisce a vivere, e che magari non è riuscito fino ad oggi ad attecchire come sperava. Diamogliene l’opportunità!

Quello che pensa “la gente” conta relativamente. Ciò che vi dicono coloro che vi amano ascoltatelo e fatene tesoro. Ma è ciò che sentite dentro, l’unico motore che vi fa avanzare. Date credito alle vostre intuizioni. Fate fiducia alle vostre sensazioni. Smettete di ascoltare quelle vocine che dentro di voi si divertono a dirvi “non ce la farai mai, non sei all’altezza”. Fate ogni giorno un passo concreto – anche minimo – in direzione dei vostri obbiettivi, e vi accorgerete che di strada ne farete sorprendentemente tanta. Fate fiducia a voi stessi quando ogni mattina cominciate la giornata guardandovi allo specchio.

Tutto ciò può sembrare retorico e il solito minestrone riscaldato di frasi fatte. Per me è vita vissuta. Trovate poi voi, il vostro personale modo di aprirvi il cammino davanti.

Buona strada!

“Non aspettare il momento giusto per fare le cose, l’unico momento giusto è adesso.

ASCOLTA UN MIO PODCAST SUL TEMA DEL “CAMBIAMENTO”