Vivo in un paese sperduto dell’Abruzzo abitato da 120 anime. Un buon posto per osservare e ascoltare il mondo. Qui respiriamo ancora il silenzio e sentiamo le voci incontrastate della Natura, e la vita scorre dentro un ritmo che sembra ormai appartenere al passato. Le persone hanno tutte un nome, e resiste quel senso di comunità che l’urbanizzazione selvaggia ha spazzato via dai quartieri delle città. Qui qualcosa sembra resistere ai cambiamenti che la società chiede frettolosamente a tutti di accettare in modo incondizionato, pena l’esclusione. Abitiamo su un fragile confine. Tra ciò che è stato e di cui c’è ancora traccia, e ciò che accade al di là delle colline, andando incontro alla pianura popolata da persone indaffarate e inquinata da uno dei più grandi poli industriali del sud Italia. Una frontiera che ci teniamo stretta. A volte scomoda, limitante, ma che ci preserva la libertà. E mentre guardo dalla mia finestra penso.

IL PROGRESSSO

Penso che il tanto decantato progresso, celebrato senza sosta con l’avvento del secolo scorso, sia in realtà una narrazione parziale di quanto accade. Questo fatto che la storia umana assomigli ad una curva che costantemente tende a salire e a crescere, portando nel mondo benessere, pace e felicità viene costantemente smentita dai fatti. Eppure a questo mito, l’uomo non riesce a rinunciare. La realtà appare molto più problematica di quanto con troppo semplicismo ci viene raccontato. La società si è complessificata, e l’uomo non sembra essere riuscito ancora ad entrare nella visione multidimensionale che l’avvolge. Ha necessità di ancorarsi a poche idee chiare che dettino una direzione. Non è mai stato aiutato a fare questo passaggio verso un pensiero più consapevole.

Certo, che l’umanità abbia fatto dei passi enormi è sotto gli occhi di tutti, ma è altrettanto vero che in questo sofferto percorso, pare aver perso per strada troppe cose che portava nella sua parte più intima e profonda. La storia non sembra infatti assomigliare piuttosto ad un processo di mutazione? Molte cose cambiano, altre si acquisiscono, altre restano come costanti “immutabili”, ed altre ancora si perdono, e nel setaccio dei giorni vissuti non sembrano rimanere solo pepite. C’è ancora molto fango e pietre senza valore. Abbiamo conquistato nuove opportunità, perdendone però alcune che era importante tenersi stretti. Ci siamo persi di vista e non sappiamo più verso dove stiamo andando.

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VERSO DOVE STIAMO ANDANDO?

Guardando fuori dalla mia finestra penso che sia questo il grosso problema. L’umanità sembra aver perso la direzione, il senso verso quale andare. Il significato del suo stare al mondo. Non siamo più capaci di guardare lontano, di gettare lo sguardo oltre quel domani prossimo che ci aspetta. Non cerchiamo più orizzonti né prospettive. Le nostre aspirazioni sono solo a corto termine. Sembra quasi che la rassegnazione sia la condizione generale nella quale viviamo tutti. Sospesi tra il bisogno di credere a qualcosa che dia senso ai nostri giorni, ed un’impietosa disillusione che non ci permette più di sognare. 

Gli ideali sembrano solo un retaggio del passato. Le religioni, un’ingombrante  carcassa svuotata di quella spiritualità che fa veramente vivere. Gli intellettuali non sembrano più parlare alla gente. Non vediamo più leader capaci di dare un sogno ai popoli. Qualcuno continua ad indicare delle direzioni, ma sono solo “voci che gridano nel deserto”. Inascoltate, screditate, giudicate. Solo perché non allineate.

Regna il disorientamento generale. Gli anziani stentano a ritrovarsi in un mondo che hanno visto radicalmente cambiare in troppo poco tempo. Gli adulti hanno misteriosamente smesso di crescere. Presi dalla frenesia dell’avere, hanno dimenticato di coltivare l’essenza del loro essere, e sposando una mentalità deresponsabilizzante restano degli eterni adolescenti incapaci di guidare.  I giovani non sanno più chi seguire, bombardati di messaggi e confusi da una quantità straripante di voci che quotidianamente entrano nei loro telefonini. Senza dei riferimenti significativi, restano aggrovigliati nelle loro emozioni, e non sanno cosa farne di quel magma di cose che si agita dentro e che a volte li travolge.

E in tutto questo, c’è una cosa che fa più male di tutte: non siamo più capaci di parlarci! Interagiamo, chattiamo, ci video-chiamiamo, siamo socialmente interconnessi, abbiamo un sacco di “amici”, ma sembriamo diventati incapaci di comunicare le cose che contano. Forse perché non sappiamo più ascoltare. Le parole non sono incoraggiate. Alexander Langer fotografò bene questa situazione con una frase. Disse: “è una società di persone sole, di consumatori bulimici, di spettatori assuefatti, dagli orizzonti corti e frammentati”. E allora mi chiedo, c’è ancora spazio per la speranza?

ASCOLTA COI TUOI OCCHI

Se non dessimo ogni giorno un po’ d’acqua alla pianta della speranza, i nostri giorni perderebbero di senso. La vita è un mistero troppo grande per limitarci al nostro modo di vedere e non andarle incontro con fiducia. Alziamo gli occhi, impariamo a guardare, mettiamoci in ascolto, sorprendiamoci! Questo è solo un modo tra tanti di abitare il mondo! La nostra personale storia può avere dei contorni diversi. Ci sono stanze della nostra vita dove è troppo tempo che non torniamo più. Spalanchiamo quelle finestre perché riportino luce e ossigeno dentro la nostra esistenza! Non diamo per scontata la vita. Scegliamola ogni giorno, inventiamocela, facciamola assomigliare ai nostri desideri. 

Pensiamo a quanto ancora possiamo crescere “dentro” per realizzare il nostro essere pienamente uomini e donne. Abbiamo un tale potenziale nascosto nel profondo, che è un vero peccato vedere come invece la nostra società ci abbia un po’ tutti uniformati e livellati troppo al ribasso. 

Ci sono ogni giorno notizie tristissime che arrivano dal mondo. Sono quelle che fanno più rumore. Ma andandoli a cercare, ci sono anche tantissimi segnali di un’umanità che non molla e che ci ricorda che una delle cose che sappiamo fare meglio sotto questo cielo è amare! Non mi rassegno a questa brutta copia di un mondo che può essere diverso. Sì, dovremmo cambiare i parametri, le priorità, gli strumenti, gli obbiettivi. Siamo bravissimi a fare queste cose. Perché non farlo per il benessere più profondo e vero di noi tutti? Credo che ci siamo tutti stancati della modalità “profitto esasperato”, che sta succhiando l’anima al pianeta e arricchendo solo una piccola élite di potenti. 

Chi tiene le trame della storia è riuscito a farci credere che non esiste un’alternativa a questo stato di cose. Che questa è la società migliore che fino ad ora ci potessimo inventare, e che si sta facendo il massimo per garantirci dei giorni felici. Io non lo credo, e allo stesso tempo, non ho mai avuto così tanta speranza come oggi. Sempre più persone stanno scendendo dal treno in corsa della nostra società, per continuare il viaggio al proprio passo e nella direzione che sentono più consona alle proprie aspirazioni. Non è vero che non è possibile. Non lo è fino al momento in cui non torni ad abitare la tua vita per farne un capolavoro.

Dalla mia frontiera guardo, ascolto il mondo, e so che esiste un modo ben diverso di vedere le cose. Il cambiamento è dentro di noi, e comincia con un primo, impercettibile passo. Un movimento, una direzione, una scelta che ci sospinge a vivere la nostra strada. A non subire più le scelte degli altri. A diventare protagonisti dei nostri giorni. La felicità non è cosa che si trova sugli scaffali dei centri commerciali. Non è facile. È innocentemente semplice. Sta dentro di te, accanto, attorno. Bisogna solo allenare i nostri occhi a riconoscerla. E da lontano, sul confine, le cose si vedono meglio.

L’immagine del “confine” non si riferisce tanto ad una mera questione geografica. Si tratta  piuttosto di un modo di vivere, di resistere, di sognare un domani capace di includere le sorti di tutti noi. Sul confine, tenendo un piede fuori, come a significare la non accettazione passiva di una realtà sociale ed economica nella quale stentiamo a riconoscerci pienamente, perché troppo poco umana. Siamo molto più di quanto si possa credere. Ci manca solo la consapevolezza della nostra forza. 

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